18/05/26


IL FARMACISTA BESTEMMIATORE


(lontano ricordo, anno 1960)




La farmacia era un piccolo locale di circa quindici metri quadrati, affacciato sulla via principale, proprio accanto all’ufficio postale.


La donna, non più giovane, con il volto scurito dal sole, entrò e si avvicinò al banco con un’aria timida, quasi remissiva. Nella mano destra stringeva la ricetta, nella sinistra una sporta logora e sfilacciata, dentro la quale una gallina, di tanto in tanto, levava starnazzi inquieti.


Il dottore si alzò lentamente dalla poltroncina addossata alla parete. Prima ancora di muoversi, accarezzò il suo cane: uno spinone di bell’aspetto, ma afflitto da una bava ostinata che gli colava dal labbro, gocciolando sul pavimento di cotto e formando, qua e là, piccole chiazze lucide, come medaglioni argentati.


Prese la ricetta dalla mano della donna e la lesse con attenzione; poi sollevò il capo, sospirò profondamente e, all’improvviso, si mise a scagliare bestemmie oscene, accompagnandole con imprecazioni vivaci contro il santo del giorno, che andava a controllare sul calendario tenuto lì accanto.


La donna arretrò, sbigottita e impaurita. La gallina, quasi rispondendo a quella furia, raddoppiò gli starnazzi, come se — per ragioni tutte sue — volesse prendere parte anche lei a quella tempesta di parole.


Le medicine prescritte non c’erano.


«Dovete tornare tra due giorni», disse il farmacista, senza abbassare il tono, e subito riprese con una nuova sfilza di bestemmie, chiamando in causa, con scrupolosa precisione, tutti i santi che gli passavano per la mente.


«Si calmi… si calmi», mormorò la donna, sconvolta. «Ma non dovete bestemmiare… è peccato».


Allora lui, quasi svuotato da quell’impeto, scese da dietro il banco e tornò ad accarezzare il cane, che prese a scodinzolare piano, come se volesse, con la sua mansuetudine, riportare un poco di pace nell’animo del padrone.


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A colpi di Fred

(racconto da una serata al Teatro Comunale di Anghiari)


Il Teatro Comunale di Anghiari ha quella misura raccolta e antica che sembra fatta apposta per custodire i ricordi. Le poltrone, il velluto, il brusio sommesso prima che si spengano le luci: tutto predispone l’animo non soltanto all’ascolto, ma a una sorta di viaggio nel tempo.


Ed è proprio un viaggio quello che la Papillon Vintage Swing Band ha offerto con lo spettacolo A colpi di Fred, un racconto musicale dedicato all’uomo e al mito di Fred Buscaglione.


Appena entrati in scena, gli strumenti hanno dichiarato le loro intenzioni: chitarra, batteria e percussioni, contrabbasso, clarinetto e sax, tromba. Non semplici accompagnatori, ma interpreti veri, tutti ottimi esecutori, capaci di restituire quell’atmosfera fumosa di locali notturni, bicchieri di whisky e ironia elegante che fu il marchio di Buscaglione.


La voce narrante di Andrea Valbonetti, con misura e vivacità, ha accompagnato il pubblico dentro la parabola umana di quel ragazzo torinese che riuscì a inventarsi un personaggio più grande della vita.


Fred Buscaglione non fu soltanto un cantante. Fu un attore di se stesso.


Nato a Torino nel 1921, cresciuto in una città severa e operaia, aveva dentro il ritmo del jazz americano e il fascino cinematografico dei gangster di Hollywood. In un’Italia ancora impettita e melodrammatica, lui comparve con baffetti sottili, papillon, sorriso sghembo e aria da duro sentimentale, portando sul palco un’ironia nuova.


Dietro il personaggio del bevitore, del donnaiolo, del guappo dal cuore tenero, c’era invece un musicista colto, un uomo intelligentissimo, capace di cogliere il vento culturale che arrivava dall’America del dopoguerra.


Lo swing, il jazz, Frank Sinatra, i film noir, le automobili scintillanti, le donne impossibili: Fred trasformò tutto questo in teatro musicale.


Lo spettacolo ha saputo raccontarlo bene.


Non con la sterile forma del tributo nostalgico, ma facendo emergere l’uomo.


Le sue canzoni, eseguite con energia e precisione, hanno riportato in sala quel mondo leggero e malinconico insieme: Che bambola!Eri piccola cosìTeresa non sparareGuarda che luna.


Ma per me quella serata ha avuto anche un significato più intimo, quasi improvviso. Mi sono emozionato profondamente perché quelle musiche non appartenevano soltanto alla storia della canzone italiana: appartenevano anche alla mia giovinezza.


Era il 1953. Lavoravo a Chianciano e la sera, finite le occupazioni del giorno, cercavo anch’io la mia piccola evasione. Andavo a ballare al Salone oppure alla Pagoda, quella pista da ballo all’aperto dove le notti estive sembravano non finire mai. C’erano luci soffuse, il vociare allegro dei giovani, i primi amori, i sogni ancora interi davanti a noi.


E lì c’era anche Fred.


Le sue canzoni accompagnavano quei passi incerti ma pieni di entusiasmo, quei balli che allora sembravano semplicemente momenti di svago e che invece, col tempo, diventano frammenti preziosi della propria vita.


Mentre ascoltavo il concerto ad Anghiari, mi è parso per un attimo di rivedere quel ragazzo che ero stato, con la leggerezza dei vent’anni e quella fiducia inconsapevole nel domani che solo la giovinezza possiede.


E qui si comprende il piccolo miracolo di Buscaglione.


Perché sotto la caricatura del gangster da operetta c’era una vena di autentica malinconia.99


Guarda che luna, ad esempio, resta una delle più belle confessioni sentimentali della canzone italiana. Dietro la voce ironica, si intravede un uomo vulnerabile, quasi smarrito.


Fred rideva, ma forse per non lasciarsi sorprendere dalla tristezza.


Andrea Valbonetti ha ben illustrato anche gli influssi culturali americani dell’epoca: quel dopoguerra in cui l’Italia scopriva Coca-Cola, jazz, cinema americano, libertà nuove e nuove illusioni. Buscaglione seppe interpretare quel momento con genialità, diventando simbolo di una modernità ancora ingenua ma irresistibile.


E poi la fine.


Troppo rapida, quasi crudele.


Nel 1960, a soli trentotto anni, Fred morì in un incidente automobilistico a Roma, come un personaggio uscito da uno dei suoi racconti. Una morte improvvisa, cinematografica, che contribuì a fissarne il mito.


Lo spettacolo del Teatro Comunale ha avuto il merito di restituire proprio questo: non soltanto l’artista, ma l’uomo.


Uno spettacolo ironico e profondamente umano.


Alla fine, uscendo nella quiete delle pietre antiche di Anghiari, sembrava quasi di sentire ancora una tromba lontana e quel sorriso sghembo che diceva al mondo di non prendersi troppo sul serio.


Ma certi uomini — e certi ricordi — proprio perché sanno tornare all’improvviso, restano per sempre.